30 aprile 2017
Aggiornato 09:00
Cessione Milan

Berlusconi-Milan, fine di un’era con tanti rimpianti

Il day after dell’epocale passaggio di proprietà dell’Ac Milan è dedicato al tributo a Silvio Berlusconi, tra analisi, celebrazioni e perfine un grande rimpianto: sarebbe bastato poco per evitare di arrivare a questo.

Silvio Berlusconi con Yonghong Li e Han Li (© Ansa)

MILANO - Malinconia, tristezza, inquietudine, ma anche speranza e curiosità. All’indomani di questo 13 aprile 2017, che resterà nella storia ultracentenaria del club rossonero per l’ormai celebrato passaggio di proprietà da Silvio Berlusconi al misterioso uomo d’affari Li Yonghong, il day after del tifoso del Milan è un concentrato di stati d’animo e sentimenti contrastanti. 
La fine di una storia porta sempre con sè uno strascico di sofferenza e dolorose lacerazioni, figuriamoci nel caso della scintillante avventura di Silvio Berlusconi alla presidenza del Milan: 31 anni vissuti pericolosamente (per gli avversari) ed impreziositi da una valanga di trofei e successi nazionali e internazionali che hanno condotto il club rossonero sul tetto del mondo.

29 trofei in 31 anni
Dal 20 febbraio 1986, giorno in cui l’imperatore di Arcore acquista il Milan, la squadra conquista 8 scudetti (2010/11; 2003/04; 1998/99; 1995/96; 1993/94; 1992/93; 1991/92; 1987/88); 5 Champions League, per intenderci quanto la somma delle Champions vinte da Juventus e Inter in tutta la loro storia (2006/07; 2002/03; 1993/94; 1989/90; 1988/89); 3 Mondiali per club, già Coppa intercontinentale (2007; 1990; 1989); 5 Supercoppe europee (2007; 2003; 1995; 1990; 1989); 1 Coppa Italia (2002/03); 7 Supercoppe di Lega (2016; 2011; 2004; 1994; 1993; 1992; 1988). Scusate se è poco.

Il pensiero di Berlusconi
Logico che in questi giorni movimentati, frenetici, caotici per tutto l’universo rossonero, squassato dalla raffica di eventi epocali riconducibili al passaggio di proprietà del Milan, il nostro pensiero vada a Silvio Berlusconi. Chissà cosa starà passando per la testa del presidente rossonero (nella sua, non quella dei figli che magari si staranno già fregando le mani al pensiero di essersi liberati da un fardello così ingombrante) nel momento così delicato dell’addio al Milan: amarezza, dispiacere, solitudine, senso di abbandono, un turbinio di sentimenti fin troppo comprensibile.
Ciò che resta è la percezione di quello che poteva essere e invece non è stato, il grande rimpianto di Berlusconi, appunto.

L’amore dei figli
Sarebbe bastato poco infatti per arrivare a ben altro epilogo. Ad esempio evitare quegli errori che pesano come macigni sull’operato dell’ex presidente rossonero. La più grande debolezza di Berlusconi è stata quella di non essere riuscito ad inculcare in nessuno dei 5 figli neppure la millesima parte dell'amore che papà Luigi era stato capace di trasfondere nel piccolo Silvio. Un peccato pagato con la disaffezione degli eredi (compresa Barbara che a parte la poltrona di amministratore delegato non ha mai avuto molto da spartire con la squadra) che ha impedito di continuare la tradizione vincente della dinastia Berlusconi alla guida del Milan.

L’esempio Juve
Da lì un'altra serie di errori di valutazione e gestione, come ad esempio quello di considerare questo calcio non più a portata di imprenditore italiano. Quella teoria che Silvio Berlusconi ha continuato a propinarci da un lustro a questa parte secondo cui per un club come il Milan è impossibile competere ad alti livelli con lo strapotere dei magnati russi o degli sceicchi arabi. Teoria poi puntualmente e categoricamente smentita dal sontuoso e trionfale percorso della Juventus, un circolo virtuoso di vittorie in campo e fuori dal campo, grazie a ricavi extralarge, plusvalenze, investimenti mirati sul mercato e, ovvia e naturale conseguenza, perfino utili in bilancio. 

Mancato rinnovamento
Al Milan berlusconiano sarebbe bastato poter contare su una società solida, con idee progettuali sostenibili, capace di pianificare politiche e strategie aziendali e poi farle mettere in pratica da una staff dirigenziale costituito da uomini brillanti, giovani, capaci ed intraprendenti. Magari anche con la chicca di uno stadio di proprietà, un impianto che se fosse stato messo in piedi a suo tempo adesso sarebbe già fonte di ricavi importanti per il club. E invece no. Il Milan degli ultimi cinque anni ha continuato a vivacchiare grazie al lavoro di Adriano Galliani, vero deus ex machina di tutto il mondo Milan, ma ormai ben lontano dai tempi in cui faceva faville sul mercato.

Il grande rammarico
Oggi resta un grande rammarico: se Silvio Berlusconi, il più grande innovatore della recente storia del calcio italiano, si fosse reso conto che i tempi erano cambiati e che le dinamiche del calcio-business - ormai legate indissolubilmente ai risultati sportivi - rendevano non più procrastinabile un’autentica rivoluzione a livello societario (svecchiare l’ambiente e ricostruire da capo l’organigramma dell’Ac Milan) adesso probabilmente non ci troveremmo a dover celebrare un passaggio di proprietà epocale e dire addio al più grande presidente della storia del calcio.