8 dicembre 2016
Aggiornato 01:00
Calcio | Milan

Imputato Berlusconi, si alzi in piedi

Il Milan è sempre più allo sbando. Nell’occhio del ciclone il tecnico Mihajlovic e l’ad per la parte sportiva Galliani. Ma le colpe di un tracollo così rovinoso sono tutte del presidente Berlusconi che oggi, a pochi giorni dal trentennale della sua presidenza, paga il conto di una serie di decisione scellerate.

MILANO - Sono ore delicate queste in casa Milan. L’ennesimo tecnico rossonero, il quarto negli ultimi due anni chiamato a sedersi sulla panchina dell’ex club titolato al mondo, è pericolosamente in bilico e ancora una volta rischia di essere lui a pagare per tutti. Ora, nessuno ci toglierà dalla testa che Sinisa Mihajlovic sia un allenatore del tutto inadeguato a guidare un top club - o quel che ne resta - come il Milan, ma pensare che possano essere del tecnico serbo tutte le colpe dell’ennesimo fallimento rossonero ci sembra una bestemmia bella e buona.

Galliani, bersaglio dei tifosi
Agli occhi della gran parte della tifoseria, il principale colpevole di cotanto sdegnoso sfacelo è Adriano Galliani. Per distacco. Anche qui ci risulta difficile sollevare l’amministratore delegato rossonero dalle sue evidente responsabilità. Le sue recenti campagne acquisti sono tutte macchiate da un’evidente vincolo di devozione nei confronti dei suoi amichetti procuratori, agenti e presidenti di altre squadre (Raiola, Preziosi, etc. etc.). E soprattutto sono contrassegnate da una tale sfilza di brocchi, ex campioni in disarmo, figurine dei calciatori sbiadite e presunti giovani campioni, presentati come fenomeni e rispediti al mittente dopo un battito di ciglia, che assolvere il geometra di Monza potrebbe rappresentare una pericolosa forzatura.

Il marchio di Lady Barbara
Tralasciamo la giovane rampolla di famiglia, l’altro amministratore delegato per la parte commerciale, resasi protagonista di due faccende che rischiano di macchiare in maniera indelebile il suo ancora troppo breve curriculum. Parliamo naturalmente della nascita di Casa Milan, voluta fortemente da Barbara Berlusconi e presentata da papà Silvio come la sede di società di calcio più bella del mondo, ma nei fatti ben poco confortata da numeri, incassi e gradimento dei tifosi. Ma soprattutto del progetto nuovo stadio al Portello, costato tanti mesi di lavoro ad un nutrito staff di professionisti, decine e decine di milioni alla Fininvest, e poi miseramente naufragato per l’evidente impossibilità di trovare le risorse necessarie per fare un passo troppo più lungo della gambetta attualmente atrofizzata dell’Ac Milan.

La fuga dei manager rossoneri
E qui arriviamo al presidente onorario Silvio Berlusconi e alle sue innegabili ed indifendibili decisioni. La scelta di regalare alla figlia Barbara la carica di amministratore delegato alla fine del 2013, sdoppiando la carica più importante della società (Adriano Galliani è l’altro ad, con delega alla parte sportiva), ha di fatto creato i presupposti per dare vita ad una guerra incruenta, ma non per questo meno deleteria, all’interno di quella che una volta era una società presa ad esempio in Italia e nel resto del mondo.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: i manager che avevano fatto la storia di questo club, Ariedo Braida, Leonardo, Laura Masi, uno per volta hanno abbandonato la nave in procinto di affondare, lasciando il Milan allo sbando.

Pato-Tevez, la madre di tutte le follie
Per non parlare delle sanguinose decisioni prese in ambito sportivo dal patron rossonero. A cominciare dalla madre di tutte le follie, quella di bloccare nel gennaio 2012 l’arrivo di Tevez al posto di Pato destinato al Psg (con conseguente guadagno di quasi una ventina di milioni), solo per tenere buona la giovane erede al trono, allora fidanzata e innamorata del Pape-rotto (inteso come Papero - il soprannome di Pato - sempre rotto) brasiliano. E la conseguente allucinante decisione di smantellare completamente una squadra nell’estate successiva, quando furono ceduti e/o messi alla porta tutti insieme Ibrahimovic, Thiago Silva, Seedorf, Nesta, Inzaghi, Gattuso, Zambrotta, Van Bommel, solo per garantire un immediato e drastico taglio dei costi.

Quel 20 febbraio 1986…
Un ridimensionamento delle ambizioni che ha comportato immediatamente la fine dei successi del glorioso Milan, ma anche la disaffezione, la critica feroce e l’inevitabile distacco dei tifosi, con l’ulteriore conseguenza del crollo dei ricavi del club provenienti da premi, sponsor e incassi vari. Ne è valsa la pena? Ovvia la risposta negativa.
La cosa più triste è che il prossimo 20 febbraio, tra poco più di un mese, si festeggerà il trentennale della presidenza Berlusconi. Non proprio la maniera migliore per celebrare un tale evento.